(Ti Lancio dalla Campania) Napoli 3 marzo 2025 – Una riflessione di Stefania Brancaccio, segreteria nazionale dell’Unione cristiana imprenditori e dirigenti sulla felicità. Gaetano Filangieri, mente illuminata del XVIII secolo, concepiva la felicità non come un’illusione soggettiva o un’effimera soddisfazione materiale, ma come il fine ultimo di un’umanità giusta e ben governata. La sua visione ispirò Benjamin Franklin e trovò eco nella Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti, dove la “pursuit of happiness” venne riconosciuta come un diritto inalienabile dell’uomo. Franklin stesso, affascinato dall’intelletto e dalla profondità di Filangieri, avrebbe voluto portarlo in America come ambasciatore della saggezza europea, se la morte non avesse interrotto il loro dialogo.
Ma cos’è la felicità? Non è la ricchezza sfrenata, né il potere smisurato, né l’accumulo di successi individuali a scapito della collettività. La felicità, secondo Filangieri, si radica nella giustizia, nella prosperità equa, nell’armonia tra individuo e società. È la sintesi tra virtù e progresso, tra diritto e morale, tra economia e umanesimo. È una condizione collettiva che si nutre di equità e libertà, di opportunità e rispetto reciproco.
Oggi, figure come Donald Trump ed Elon Musk incarnano una visione distorta della felicità: potere, successo e ricchezza senza limiti. Ma questa non è la felicità di cui parlavano gli Illuministi europei, né quella che Filangieri avrebbe desiderato per l’umanità. La loro è una felicità illusoria, che si nutre di egocentrismo e di competizione sfrenata, una felicità fragile che si sgretola davanti alla diseguaglianza e all’ingiustizia. È il riflesso di un mondo che ha smarrito il senso della comunità e dell’etica.
Solo l’Europa, con la sua tradizione umanistica e il concetto di economia civile, ha saputo conservare l’idea autentica di felicità. Antonio Genovesi, fondatore della cattedra di Economia civile, concepiva un modello in cui l’economia non fosse un’arena di predatori, ma uno spazio di cooperazione, di crescita reciproca, di progresso condiviso. In questa visione, la felicità non è un diritto astratto, ma il risultato di istituzioni giuste, di un’economia che serva il bene comune e di una politica che miri al benessere collettivo.
E fu proprio l’Europa, dopo gli orrori delle guerre mondiali, a riaffermare con forza la necessità del rispetto dell’uomo, un valore che si era tragicamente dimenticato e che oggi, in un’epoca di conflitti, sfruttamento e derive autoritarie, sembra essere nuovamente calpestato. L’Europa ha insegnato che senza rispetto per la dignità umana non può esistere alcuna felicità vera, nessun progresso reale, nessuna società sostenibile. I principi di solidarietà e giustizia sociale che hanno dato vita all’Unione Europea non sono semplici ideali, ma pilastri fondamentali di una civiltà che ha imparato, a caro prezzo, il valore della pace e della fratellanza tra i popoli.
Nel XXI secolo, abbiamo bisogno di riscoprire la lezione di Filangieri e Genovesi: la felicità non è un privilegio per pochi, ma un orizzonte possibile per tutti. Solo un’economia etica, uno Stato che agisca con giustizia e una società fondata sulla solidarietà potranno garantire quella felicità che né Trump né Musk potranno mai comprare. Perché la vera felicità non si misura in capitali, ma nella dignità e nella speranza condivisa di un futuro più giusto. L’Europa, con la sua storia e il suo umanesimo, deve continuare a essere la guida morale e politica di questa ricerca, riaffermando la supremazia della coscienza civile e del bene comune contro l’individualismo esasperato e la mercificazione dell’esistenza.
(Dispaccio di Ti Lancio della redazione di Resia)



