(Ti Lancio dalla Campania) Napoli 23 maggio 2025 – “Quando mi chiesero, alla vigilia del Conclave, cosa mi augurassi dal nuovo Papa, risposi ‘Che sia una guida, un pastore, un uomo intelligente. Non un gestore delle attese, ma qualcuno che sappia disorientare le abitudini, riaccendere il senso del possibile, custodire la speranza senza renderla ingenua. Ora, con Leone XIV, mi pare che questa attesa abbia preso forma. La sua scelta del nome non è una nostalgia. È una frattura feconda, come sono solo quelle che obbligano a riconsiderare tutto: il modo in cui produciamo, lavoriamo, educhiamo, perfino il modo in cui preghiamo”, è il pensiero dell’imprenditrice e segretario nazionale Ucid, Unione Cristiana Imprenditori Dirigenti e imprenditrice, Stefania Brancaccio.
La Rerum Novarum nel 1891 fu una scossa all’epoca. “Leone XIII scrisse per un tempo di rivoluzione industriale – sottolinea Brancaccio – Leone XIV parla a un mondo disilluso dalla crescita infinita, sfinito da guerre perpetue, smarrito nei suoi stessi algoritmi. Eppure è qui che la sua voce, con la sobrietà di un uomo abituato a toccare la carne della miseria, ci dice che è ancora possibile un’economia con un cuore. È ancora possibile parlare di lavoro non come prezzo da pagare per vivere, ma come spazio in cui si fiorisce”.
La speranza, secondo il segretario nazionale Ucid, oggi, è diventata una disciplina. Non nasce da slanci, ma da scelte. Serve una nuova grammatica della speranza. Non più come attesa che qualcosa cambi, ma come volontà ostinata di cambiare qualcosa. “E questo vale per tutti: per chi guida un’azienda, per chi cerca un’occupazione, per chi studia, per chi ha perduto la fiducia nel sistema e, magari, anche in Dio. Sperare oggi è un atto controcorrente. È non farsi anestetizzare. È non dire mai ‘tanto è così'”, puntualizza.
“Io vedo in Leone XIV un maestro di questa speranza operosa. Non ci chiede di credere in un miracolo, ma di costruirlo. Con i bilanci, con i turni, con le leggi, con la coerenza” e da imprenditrice, Brancaccio sente che il suo compito cambia forma: non più solo creare valore, ma creare senso. Valore è ciò che resta dopo il bilancio. Senso è ciò che resta quando tutto il resto è crollato: “Se un’azienda non è in grado di spiegare a un giovane perché valga la pena restare, crescere, contribuire, allora non è un luogo sano. Leone XIV ci invita a disarmare i nostri luoghi di lavoro non solo dalle armi visibili, ma dalla freddezza, dalla sfiducia, dalla paura di parlare”.
Sottolinea, inoltre, che la pace sociale non si firma in un trattato. Si costruisce nei reparti, negli uffici, negli incontri tra generazioni. E la pace globale non sarà mai stabile se le economie continueranno a sacrificare interi popoli sull’altare della convenienza geopolitica.
Qual è quindi la vera rivoluzione? “Fare della giustizia una forma di intelligenza. Non è più tempo di attendere che sia la Chiesa a indicarci la via. È tempo che anche noi, laici, adulti, responsabili, alziamo il livello. Siamo chiamati ad allinearci non ai minimi etici, ma al massimo di umanità possibile. E questo significa scommettere su una leadership che non domina, ma serve. Su una ricchezza che non separa, ma redistribuisce. Su una spiritualità che non consola, ma interroga”.
Il segretario Ucid conclude con un pensiero sul futuro, che dice, non verrà come premio, ma dipenderà dalla capacità di ognuno di tenere vivo ciò che ancora non si vede, ma già chiama: “Se sapremo ascoltarlo, se sapremo accompagnarlo, allora sì, questa stagione inaugurata da Leone XIV sarà davvero una nuova epoca, non solo un nuovo pontificato”.
(Dispaccio di Ti Lancio di Loris Gherra)



