(Ti Lancio dalla Campania) Napoli 7 maggio 2025 – Riceviamo e pubblichiamo.
Ci avviciniamo a questo Conclave con un sentimento che definirei di vigile attesa. Non è solo una questione ecclesiale, è qualcosa che tocca profondamente anche noi come credenti, come cittadini, come uomini e donne impegnati nel mondo. Per noi dell’UCID, Papa Francesco ha rappresentato molto: è stato un riferimento, un’ispirazione, un paladino – sì, uso proprio questa parola – di una Chiesa che osa entrare nei crocevia difficili dell’economia, del lavoro, dell’ambiente, della giustizia sociale. Una Chiesa che non ha paura di compromettersi con la realtà, ma senza mai svendere il Vangelo.
E però, ora che si apre una nuova fase, vorrei evitare il rischio di dire solo “ci auguriamo un altro Francesco”. Sarebbe riduttivo. La vera domanda che dovremmo farci è più profonda: che cosa significa sperare in un nuovo Papa?
Ecco, la speranza cristiana non è un pronostico, non è una previsione azzardata. Non è neppure quel “giocare al Toto-Papa” che inevitabilmente ritorna ogni volta, con nomi, quote, strategie. La speranza cristiana è altra cosa: è un affidarsi. È un atteggiamento del cuore e della mente, che ci rende capaci di riconoscere che, anche dentro processi umani – talvolta complessi, talvolta oscuri – può agire lo Spirito di Dio.
E allora le dico questo: un credente che legge i giornali, che si informa, che conosce un po’ la storia della Chiesa, non può essere né ingenuo né cieco. Sa che dietro le quinte ci sono correnti, sensibilità, visioni differenti. I media ci raccontano di divisioni, di schieramenti, di non accordi… Ma tutto questo non deve portarci al disincanto, bensì alla preghiera e al discernimento.
Il nostro compito non è giudicare, non è dettare l’agenda al futuro Papa. Ma possiamo – anzi, dobbiamo – custodire un desiderio. Possiamo augurarci, con umiltà, un Papa capace di ascoltare il grido del mondo e il silenzio di Dio. Un Papa che sappia tenere insieme il rigore della dottrina e la tenerezza della misericordia. Che non tema la complessità del nostro tempo, ma che sappia attraversarla con uno sguardo di fede.
Quando fu eletto Jorge Mario Bergoglio, diciamolo chiaramente, pochi avevano previsto ciò che sarebbe diventato. Non era tra i favoriti. Eppure, bastò quella prima apparizione dalla Loggia delle Benedizioni – il silenzio, la richiesta di preghiera, quel “buonasera” così disarmante – per capire che qualcosa di nuovo stava accadendo. Non avevamo previsto, forse, ma molti di noi avevano intuito.
E allora mi chiedo: perché non fidarci ancora? Perché non lasciarci stupire ancora una volta? Perché non credere che lo Spirito Santo, con quella sua imprevedibilità così divina, possa condurre anche questa volta la Chiesa verso ciò di cui ha davvero bisogno?
Non possiamo suggerire un nome, certo. Ma possiamo augurarci un’anima. Una guida. Un pastore. E questo – sì – è lecito, ed è intelligente. È il nostro modo, da laici credenti, di restare in piedi davanti alla storia, con lo sguardo fisso al Cielo e i piedi ben piantati nella realtà.
(Dispaccio di Ti Lancio della redazione di Resia)
Nella foto: Stefania Brancaccio con Fabio Storchi



