La scintilla che ha trasformato il malumore in mobilitazione è stata la decisione dell'amministrazione Trump di inserire Anthropic nella "blacklist" dei rischi per la catena di approvvigionamento. La colpa dell'azienda? Essersi rifiutata di piegare i propri modelli di IA a scopi di sorveglianza di massa o allo sviluppo di armi letali autonome.
Il Pentagono ha risposto con il pugno di ferro, bloccando di fatto l'integrazione delle tecnologie Anthropic proprio mentre i primi attacchi colpivano il suolo iraniano con l'obiettivo dichiarato di neutralizzare programmi missilistici e nucleari.
La risposta della base non si è fatta attendere. La lettera aperta intitolata "We Will Not Be Divided" ha visto una crescita esplosiva.
Il messaggio dei lavoratori è un atto d'accusa contro quella che definiscono una strategia di "divide et impera" del governo:
"Cercano di dividerci con la paura che l'una o l'altra azienda ceda alle pressioni," si legge nel testo. "Questa strategia funziona solo se nessuno sa cosa pensano gli altri. Questa lettera serve a creare solidarietà di fronte alle pressioni del Dipartimento della Guerra."
La mobilitazione tech non nasce nel vuoto. La tensione è alimentata da mesi di crescente aggressività delle agenzie federali per l'immigrazione, culminata tragicamente con l'uccisione di due cittadini americani in Minnesota all'inizio dell'anno.
I dipendenti chiedono ora trasparenza assoluta sui contratti cloud e AI stipulati con il governo, temendo che le proprie innovazioni possano essere utilizzate non solo per conflitti esteri, ma anche per la repressione interna.
Per Google, questa crisi rappresenta un amaro déjà vu. La società è attualmente in trattative con il Pentagono per portare il modello Gemini su sistemi classificati. Questa mossa riaccende lo scontro interno che anni fa portò alla chiusura del "Project Maven", dimostrando che, nonostante i cambi di leadership e di brand, il dilemma etico sulla "IA da combattimento" resta il nervo scoperto della Silicon Valley.



