‘L’ordine esecutivo firmato da Donald Trump il 21 febbraio 2025, che vieta ogni politica ispirata ai principi di diversità, equità e inclusione (DEI) – anche nei rapporti tra enti americani e aziende estere – impone una riflessione profonda anche a noi, imprenditori italiani.
Etichettare come “pericolose e degradanti” le politiche di inclusione non è solo un errore culturale e sociale, ma anche un grave fraintendimento della funzione moderna dell’impresa.
Nel mio percorso personale e professionale, ho sempre creduto che riconoscere e valorizzare le differenze — di genere, di storia, di esperienze — sia un valore aggiunto, non un ostacolo.
Le aziende che promuovono la diversità sono anche quelle più innovative, più resilienti, più in grado di rispondere ai cambiamenti sociali ed economici.
Cancellare la diversità, in nome di una presunta neutralità del merito, significa ignorare che molte persone — donne in primis — si trovano ancora oggi a dover superare barriere invisibili, che nulla hanno a che fare con le competenze.
Sono una donna, madre e imprenditrice. E sì, sono diversa da un uomo: non per valore, ma per percorso, per esperienze, per le sfide che ho affrontato e continuo ad affrontare.
Questa differenza va riconosciuta, non rimossa.
Come Segretario Nazionale dell’UCID, ribadisco che l’imprenditoria ha una responsabilità pubblica, sociale, culturale.
Non possiamo limitarci alla logica del profitto, ma dobbiamo costruire modelli sostenibili che pongano la persona al centro. E la persona è, per definizione, unica e irripetibile.
La diversità non è una moda. È una necessità. È un valore competitivo. È parte integrante della visione di un’impresa moderna, giusta, consapevole.
Ed è per questo che oggi la rivendico. Con chiarezza e con convinzione‘.
Stefania Brancaccio, imprenditrice, cavaliere del lavoro segretario nazionale Ucid– Unione cristiana imprenditori dirigenti.



